giovedì 18 agosto 2011

Gli italiani amano le italiane?

Do the Italians Love italian shoes?

(due abiti della collezione estiva Gattinoni)

Per i post che scrivo per il mio blog solitamente comincio da un’immagine, un’idea, una suggestione spesso visiva. Guardare una nuova sfilata, carpire l’audace proposta di un giovane per strada, assistere alle interminabili scelte delle amiche mezz’ora prima di uscire, può essere un ottimo spunto per scrivere e raccontare il fantastico mondo della moda.
Gli accessori, poi, sono una fonte inesauribile di creatività. Lo si dice «pourparler» che è l’accessorio, spesso, a far risaltare l’abito. E da qui arriviamo alle scarpe, le nostre amate divinità da calzare, da portare a spasso, da sfoggiare come un collier di diamanti, scintillanti, acconciate, eleganti, modeste, spudoratamente sorprendenti.
Spesso e volentieri ne leggiamo sui giornali specializzati, sulle riviste di moda, perché no, sui blog. Ma descrizioni, impressioni e quant’altro rappresentano, il più delle volte, il pensiero degli addetti ai lavori, che distinguono il jersey dalla viscosa e che difficilmente si lasciano sfuggire il dettaglio figlio della novità, ammiccando con elogi e pubbliche manifestazioni di stima o piuttosto immobili, come la crudele “Miranda” (al secolo Meryl Streep) nel famosissimo “The Devil wears Prada”.
Questa volta però, ho deciso di invertire la consuetudine. Spinto dalla curiosità di capire come appare il mondo della moda, ed in particolare delle scarpe, a chi non le vive per via del lavoro che svolge ogni giorno, ho deciso di intervistare un amico che nella vita fa tutt’altro e che forse, dal di fuori, può raccontarci come l’italiano medio, che è anche il consumatore medio, percepisce questo fascinoso mondo, insomma, se anche l’uomo comune… “Loves Italian Shoes”.

Prima di iniziare l’intervista ho chiesto che fosse particolarmente sincero e libero nelle risposte perché non è di risposte convenzionali che abbiamo bisogno. Il mio parere personale è che le sue risposte, lo vedrete sono spesso ironiche, offrono numerosi spunti di riflessione che proverò a sintetizzare alla fine.

Ve lo presento, si chiama Stefano Bolognini, è un giornalista ed ha 34 anni. È nato e cresciuto a Brescia, ha vissuto quattro anni a Roma e da due anni, dopo una parentesi di pochi mesi a Dublino, vive e lavora a Milano. Città, questa, che preferisce alle altre perché ha, lui dice, i connotati della metropoli, attiva 24 ore su 24. La stessa Milano capitale della moda cui, però, non lesina critiche. «Aria inquinata, traffico e coministi» sentenzia, come a voler echeggiare il tormentone del più famoso fra i politici di casa nostra. Fra una battuta e l’altra c’è il tempo per parlare di lady Gaga, del suo look definito «camp ed eccentrico» ed è immancabile un riferimento al mito di Alexander McQueen. «Chi non metterebbe scarpe armadillo per fare la spesa?» si chiede. E mentre mi confessa di essere passato di recente da Armani a Decathlon e che ha nostalgia del Kway è arrivato il momento di iniziare l’intervista.

Stafano, che rapporto hai con la moda?
Faccio un po’ fatica a parlare di moda con la “M” maiuscola. Noto troppa omologazione. Ho conosciuto molti aspiranti stilisti, tutti dei futuri Valentino, ma sono rimasto sorpreso dalla scarsità dei contenuti che esprimono. Non penso che un creativo si formi sulle riviste specializzate, o meglio femminili. E poi, personalmente, penso che lo stilista migliore sia Decathlon: economico, comodo e persino colorato. D’altronde mi vesto per fare fronte agli agenti atmosferici e non capisco perché tutti detestino il pile. La vera domanda è perché gli stilisti gay vestono le donne che piacciono agli etero…

Sarà il quarto mistero di Fatima. Ad ogni modo, quante paia di scarpe hai?
Circa sei o sette, più ciabatte, sandali e infradito. Molte sono scarpe da tennis, poi ho un modello Clark, quindi allacciato in camoscio con fondo gomma, e un modello Beatles in pelle nera. Ogni tanto a Milano piove.

Quindi ti preoccupi di più che siano utili alle tue giornate e non solo che siano fashion. E fai attenzione all’etichetta, se sono calzature italiane?
Quasi mai, e poi personalmente sono favorevole all’immigrazione.

Non sei uno di quelli che difenderebbe il «made in Italy» dai conquistatori stranieri…
È il capitalismo no? Penso che non ci sia molta differenza fra i prodotti italiani e quelli stranieri. Non mi impressiona molto questa storia dell’eccezionalità.

Eppure le calzature italiane sono famose e celebrate in tutto il mondo. Non pensi sia per merito della qualità che offre il mondo calzaturiero italiano?
Penso che abbiamo buoni uffici stampa e si lavora molto col marketing. Non vedo le folle pronte a sbavare per il «made in Italy». Per di più la crisi è molto forte. In realtà non sono in grado di giudicare la qualità di una scarpa. Compro circa quattro paia di scarpe all’anno, non spendo più di cento euro per ciascuno, e acquisto ciò che mi piace, indipendentemente dal Paese di fabbricazione e non penso siano molti a guardare l’etichetta, non lo si fa neppure per la carne.

In realtà non sono così pochi gli italiani che si mostrano attenti e sensibili a che le loro calzature siano italiane.
Beh, vuol dire che anche in questo caso sono in minoranza.

Per chiudere, se avessi la dimostrazione che le calzature italiane rappresentano un’eccellenza assoluta, cambieresti idea?
È il prezzo che mi convince alla fine. Implacabilmente.

Non meno di 150 euro…
Ne riparliamo dopo la crisi e la fine del precariato. Intanto i miei piedi si accontentano.

L’intervista con Stefano Bolognini mette in risalto alcuni punti critici che sta vivendo il panorama calzaturiero italiano, specie nell’ultimo decennio. E l’occhio estraneo di Stefano lo ha fotografato con notevole efficacia. Quando scherza ricordando di preferire Decathlon ad Armani, lo fa probabilmente contro la persona sbagliata, ma azzecca il colpo. Lo stesso Giorgio Armani, durante l’ultima settimana della moda a Milano, ha parlato della necessità che gli stilisti tornino a disegnare per le persone e non solo per la passerella. Le scarpe armadillo di McQueen ne sono un suggestivo quanto lapalissiano esempio.
Sotto questo aspetto è bene fare una considerazione. Il rischio di perdersi creando scarpe dallo stile suggestivo che però non vedremo mai indossate ai piedi di un uomo è quanto mai vivo per i grandi e blasonati brand del lusso. Un po’ meno per le piccole e medie aziende che, come ha evidenziato una recente ricerca elaborata dall’Università Bocconi, tendono meno al rinnovamento e quindi, per converso, puntano a confermare i traguardi ottenuti e ripropongono per più anni lo stile e le forme che buyer, venditori e consumatori hanno dimostrato di gradire.
Da un lato, questo è apprezzabile. Tuttavia un altro rischio è in agguato, ovvero quello di lasciare lo scettro dello stile ai colossi della moda, i quali possono contare, e lo fa notare Stefano, su un supporto pubblicitario elefantiaco che privilegia alcuni aspetti (l’immagine, il fascino del lusso e del fronte dell’etichetta) a scapito di altri, forse più importanti (la ricerca e l’artigianalità).
Nell’intervista si evidenzia un dato forse piuttosto visibile. Non tutti hanno le competenze per riconoscere un prodotto italiano, non tutti si appassionano all’importanza di questo elemento, non tutti ne carpiscono la portata. C’è, ed è indiscutibile, un deficit di comunicazione. L’Italia è un Paese ammirato per l’eccellenza delle proprie creazioni, eppure l’italiano medio, spesso e volentieri, pensa che quest’eccellenza sia in verità soltanto l’eco dei grandi nomi della moda. Spesso, all’italiano medio non è fornito l’aiuto necessario per discernere la differenza fra un paio di scarpe, esposte a migliaia di euro in una vetrina del centro, da un buon paio di scarpe, italiane, magari fabbricate artigianalmente, ad un decimo del costo delle prime. Il consumatore finale, spesso, non ha elementi sufficienti per distinguere quanto è e resta solo “prestigio”, pagato migliaia di euro in boutique, da quanto invece è e resta “eccellenza”.
Ed arriviamo al tema del prezzo. Attualissimo, se si guarda al successo dei colossi del fast fashion che hanno rivoluzionato il nostro settore. 
Per riassumere e concludere. La ricetta può essere rintracciata nelle parole che Stefano ha usato per descrivere con ironia le proposte Decathlon: la “comodità”, ovvero ciò in cui l’Italia è forte da sempre, cioè la qualità; il “prezzo”, il «made in Italy» deve tornare ad essere accessibile; il “colore”, ovvero la creatività tutta italiana di rendere unico ogni modello, di rendere la calzatura un’opera d’arte. È, di certo, una sfida con noi stessi.

1 commento:

  1. Un punto di vista dissonante, e a tratti sarcastico, che raramente si trova nei blog, bella intervista. C'è però da dire che prendere Decathlon come modello di stile forse è una provocazione un po' troppo forte...possiamo almeno arrivare ad h&m ;)

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